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LA RIFORMA PENSIONISTICA CHE VERRÀ: LE FAQ

Quota 100 sarà abrogata?

La pensione anticipata Quota 100 non sarà ulteriormente prorogata, secondo le dichiarazioni rilasciate dal Presidente del Consiglio.

La norma era effettivamente per statuto “a tempo” dato che prevedeva la vigenza di un triennio (2019-2021) in cui si potevano maturare i requisiti.

Va però chiarito come per chi abbia maturato i 62 anni (con nascita entro il 31.12.1959) e i 38 anni di contributi il diritto a presentare domanda di pensione ed accedere a Quota 100 si mantiene anche dopo il 31.12.2021, come specificato dallo stesso articolo 14, c. 1, del D.L. n. 4/2019.

La manovra introdurrà una ulteriore quota, parzialmente coincidente, aperta ai nati entro il 1958 che dovranno maturare nel 2022 un minimo di 64 anni con almeno 38 anni di contributi e mantenendo le altre caratteristiche della quota 100.

L’Ape Sociale potrà prendere il posto di Quota 100? Sarà altrettanto efficace? L’Ape Sociale è uno dei protagonisti della mini-riforma del 2022; questa forma di anticipo pensionistico è efficace fin dal 2017 e ha già registrato numerose proroghe.

Va per prima cosa ricordato che non è un prestito bancario, dato che la sperimentazione “gemella” dell’Ape volontario si è invece conclusa senza rinnovi.

L’Ape sociale è un ponte verso la pensione di vecchiaia che consente ad alcuni soggetti con almeno 63 anni di età di chiudere il rapporto di lavoro e percepire un assegno di accompagnamento a carico dello Stato fino al compimento dei 67 anni richiesti per la pensione di vecchiaia.

Il valore dell’assegno, calcolato su tutti i contributi accantonati in Inps nelle sue varie gestioni, è di massimo 1.500 euro lordi mensili e viene erogato per un massimo di 12 e non 13 mensilità, previste invece per le vere forme di pensionamento.

Il requisito minimo di contributi a oggi richiesto oscilla fra 30 e 36 anni di contributi, con una riduzione di 1 anno per ogni figlio per le lavoratrici madri, fino a uno sconto massimo di 2 anni (che portano il requisito minimo fra 28 e 34 anni di contributi).

L’elemento di maggiore difficoltà per ottenere tale forma di pensionamento è lo status soggettivo richiesto che a oggi prevede una alternativa fra 4 diverse condizioni: disoccupati di lunga durata (che dal 2022 dovranno esaurire la Naspi prima di accedere ad Ape senza più attendere 3 mesi di inoccupazione), care giver che convivano con un parente o affine disabile in condizione di gravità da almeno 6 mesi, lavoratori invalidi civili al 74% o percentuale superiore o, ancora, lavoratori addetti a mansioni gravose che abbiano lavorato nei settori “pesanti” per almeno 6 anni negli ultimi 7 prima di accedere all’Ape.

La riforma si propone di semplificare l’accesso allargando la platea dei beneficiari dell’Ape includendo numerose altre mansioni pesanti, individuate da una apposita commissione.

Non c’è nella bozza della manovra alcun incremento del valore dell’Ape né un venir meno della parziale incumulabilità che lo caratterizza rispetto a contemporanee forme di lavoro dipendente o autonomo, rendendolo così più uno strumento assistenziale che un vero anticipo pensionistico. Come funziona la proposta di Quota 102?

Il disegno di legge prevede nel 2022 la istituzione della quota 102 con uscita a 64 anni di età e 38 di contributi.

In questo senso, la preoccupazione di parte dell’esecutivo era di scongiurare il cd. scalone: si tratta della distanza considerevole fra i 62 anni di Quota 100 e l’età anagrafica di 67 anni (incrementabili dopo il 2024) che andrebbe in questa ottica attenuata con forme di accesso a pensione che non penalizzino l’importo dei pensionati, ma consentano un accesso anticipato combinando con una ‘quota’ l’età anagrafica e i contributi.

Una questione dirimente sarà anche l’applicabilità a tali formule del cumulo contributivo, previsto per Quota 100, che consente di sommare gratuitamente i contributi di tutte le gestioni Inps per dipendenti pubblici, privati, autonomi e imprenditori (escludendo così le sole casse professionali). Non prevedere questa opzione comporterebbe possibili costi per i lavoratori che dovrebbero prima pagare gli oneri delle ricongiunzioni in caso di carriere discontinue ed eterogenee.

Ci sono strumenti di prepensionamento fra le proposte del 2022 che possano aiutare il ricambio generazionale? Uno dei capitoli più sicuri della riforma pensionistica sarà quello relativo ai prepensionamenti, con in particolare la proroga del contratto di espansione.

Il contratto di espansione è stato prorogato fino alla fine del 2021 e consiste in uno ‘scivolo’ finanziato da imprese e Stato che consente di accogliere i lavoratori che risolvano consensualmente il rapporto di lavoro entro il 30 novembre 2021 e che alla data di risoluzione del rapporto di lavoro si trovino a non più di 5 anni dalla prima decorrenza utile di pensione di vecchiaia o anticipata. L’azienda che sottoscrive un accordo in sede ministeriale, oltre ad esodare i lavoratori deve impegnarsi a rinnovare il proprio organico con nuove assunzioni a tempo indeterminato, e possibilità di formazione con integrazioni salariali finanziate da Inps.

Il dipendente accompagnato a pensione percepisce fino a 5 anni di un assegno pari a quanto maturato in Inps fino al momento del recesso e gode di una protezione invidiabile: una garanzia contro qualsiasi futura riforma pensionistica peggiorativa, che tutela contro la dolorosa pagina di storia degli esodati.

I costi del prepensionamento sono attenuati per i datori di lavoro, visto che sarà riconosciuto per ogni pensionato la corrispondente “dote” pari alla indennità di disoccupazione maturata. Il prepensionamento è però a oggi meno conveniente per chi viene accompagnato fino all’età di vecchiaia visto che in quel caso non è riconosciuta alcuna contribuzione e il futuro assegno definitivo sarà dunque meno robusto.

La proposta contenuta nella manovra è di prorogare per altri 2 anni (dal 2022 al 2023) tale strumento e di allargarlo alle imprese (anche riunite in gruppo) complessivamente con organico di non meno di 50 unità lavorative: oggi, infatti, può essere attivato solo da aziende o gruppi di imprese con almeno 100 unità lavorative.

Opzione donna è terminata nel 2021? Non sarà più utilizzata nella riforma nel 2022? L’opzione donna al momento non ha una scadenza e potrà essere richiesta anche dopo il 31.12.2021.

Tuttavia, i requisiti di questo anticipo pensionistico sono “congelati” al 2020: infatti, le donne che desiderino accedere a questa forma di pensionamento devono aver maturato entro la fine del 2020 i requisiti (58 anni di età per le lavoratrici dipendenti, pubbliche e private e 59 anni per le autonome iscritte alle gestioni Inps artigiani e/o commercianti).

In entrambi i casi, sempre entro il 31.12.2020, il requisito contributivo da possedere è di 35 anni di contribuzione effettiva che esclude quella da disoccupazione.

Una volta maturati i due requisiti si attiva una finestra di attesa che è pari a 12 mesi per le lavoratrici subordinate e 18 mesi per le autonome o “miste”.

Trascorsa tale finestra decorre la pensione che sarà, però, ricalcolata con il metodo contributivo puro; il danno è variabile in base alla contribuzione dell’assicurata e oscilla mediamente fra il 20 e il 40%, senza possibilità di essere sanato in alcun modo.

La proposta nella manovra che ha iniziato il suo iter parlamentare è di estendere i termini di maturazione dei requisiti portandolo alla fine del 2021, allargando così tale forma di pensione alle nate entro il 1963 (dipendenti) o il 1962 (autonome).

Tale forma non prevede purtroppo il cumulo fra le diverse gestioni Inps, esclude sia la gestione separata sia le casse professionali per iscritti ad albo.

Il riscatto di laurea gratuito è uno dei capitoli più sicuri della riforma? Ha dei vantaggi sicuri per i lavoratori anche se esisteva già dal 2019 una forma meno costosa di riscatto? Tale proposta era stata già avanzata nel corso del 2017, ma non è mai stata effettivamente attuata per i costi stabili che comporterebbe alla finanza pubblica.

Per prima cosa dovrà essere meglio chiarita la platea dei beneficiari, in quanto sarebbe iniquo concedere il riscatto gratuito solo ad alcuni “fortunati” in presenza di migliaia di assicurati che hanno sostenuto a caro prezzo un riscatto di laurea oneroso.

Questo accende l’ipotesi di un riscatto gratuito figurativo che si posizionerebbe accanto a uno facoltativo oneroso, con cui si incrementerebbe non solo gli anni di contributi utili al diritto ma anche la misura della futura pensione.

Per tale motivo, la proposta potrebbe essere dunque poco interessante: nel futuro dei giovani lavoratori, è protagonista il metodo di calcolo contributivo puro che costruisce una pensione unicamente sul valore dei contributi effettivamente versati.

In caso di contributi figurativi conferiti senza valore ai fini della misura della pensione, i 4-5 anni di riscatto gratuito rischierebbero di avvicinare una pensione di anzianità contributiva (anticipata ordinaria) con valore mensile lordo inidoneo a garantire un reddito dignitoso al futuro pensionato.

Va inoltre ricordato come dal 2019 e in modo del tutto stabile è stato prevista una forma di riscatto agevolato dal costo forfettizzato a 5260 euro circa per ogni anno riscattato che incrementa, anche se di poco, la futura pensione.

Questa forma è accessibile senza penalizzazioni per tutti coloro che hanno studiato dopo il 1995 e può essere attivata anche da chi ha studiato prima del 1996, ma con una perdita sull’assegno futuro in quanto comporta il completo ricalcolo della pensione con il metodo di calcolo contributivo puro.

A oggi, dunque, l’ipotesi di un riscatto gratuito, oltre a sembrare remota, non sembra nemmeno realmente necessaria rispetto alle più cruciali esigenze di evitare uno strappo dopo la fine del 2021 per il mancato rinnovo di Quota 100.

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